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25
APRILE IN SANTA PACE
I giorni prima...
A tutti i partigiani
che hanno perso la vita per costruire quella democrazia che oggi vogliono
smantellare; a tutti i loro familiari che si ritrovano ministri repubblichini,
politici fascisti, revisionisti d’accatto; a tutti quelli che
erano, sono e saranno fieri di sentire “ora e sempre Resistenza”.
Insomma, buon venticinque aprile a tutti.
Alessandro Nava
Che liberazione
...end dis is maaaaiiiii ueeeeeeiiiiiiiii.... Grazie, grazie a tutti.
Volevo interrompere il mio programma di “Enduring songs for democratic
freedom” per dire qualche parola. Anzitutto vorrei ringraziare
il comandante della nave Abu Abbas, Achille Lauro Settimo, per l’ospitalità.
Ed il mio amico Lunardi che mi ha costruito una falla sottoslivellata
impermeabile per metterci il pianoforte e farmi sembrare più
alto. Mi presento, sono il pianobarista transoceanico Silvio Pellico
Berlusconì, detto “il francese rinnegato” per via
della mia passione per gli chansonnier transalpini. Adesso sostituiti
da Sinatra, che il duo vocale Marcello & lo Stalliere mi hanno segnalato
essere uomo d’onore.
Sono imbarcato sulla Abu Abbas da quando la mia vita è stata
sconvolta dalla guerra civile. Ero presidente del consiglio in un bel
paese libero e democratico, facevo la guerra ogni volta che volevo,
mi arricchivo in nome del bene comune, c’avevo pure il tempo per
spiegare alle figlie di Putin che in giardino ci stanno meglio le rose
della tundra siberiana. Ma la strisciante guerra civile organizzata
dai comunisti mi ha perseguitato. Una prima volta mi ha impedito di
attuare le mie riforme della Libertà, per mezzo del complotto
della magistratura anarchico-maoista, ma non mi sono arreso. Nonostante
la tremenda dittatura comunista del quadriumvirato Dini-Scalfaro-Prodi-Amato,
ho riconquistato il potere in un bel giorno di maggio. Ho dato il via
alla svolta della Libertà, ma mi hanno ostacolato di nuovo. Hanno
accusato l’esimio cittadino Previti Cesare, perseguitato e martire
per la Libertà, di aver comprato un giudice per farmi un favore,
e metterglielo nel culo al compagno De Benedetti. Noi ci abbiamo provato
in tutti i modi, facendo leggi a proposito, convincendo Previti a dire
“sono solo un evasore”, facendogli prendere malattie che
Sirchia nemmeno sa che esistono, cercando di far sbagliare strada ai
giudici cambiandogli la sede processuale ogni giorno, ma niente. La
sentenza sarà pronunciata, la guerra civile l’abbiamo persa.
Per fortuna il mio amico Dabliù, dopo la buona esperienza con
Saddam, mi ha offerto la scappatoia di mettermi a fare il cantante sulle
navi da crociera, a patto che facessi finire dentro Previti.
Mi ha detto che il suo cane non apriva più la bocca se non gli
rifaceva una dentatura che potesse pareggiare il ringhio di Cesare quando
vede la Boccassini.
E così Previti è finito in galera, io sulla nave.
Ma questa guerra civile ha antiche origini, negli anni quaranta. La
cosiddetta “guerra di liberazione” dal nazifascismo è
stata la scintilla che ha condotto alla mia deposizione ad opera del
complotto dittatoriale comunista. In questo momento, in Italia, stanno
addirittura festeggiando il venticinque aprile, ma non hanno la minima
idea di quello che dicono. Bondi ci ha provato a spiegare che era tutta
una manovra dei comunisti che andavano nelle case a rastrellare i liberatori
nazisti, ad ammazzare i bambini, a fare le rappresaglie. Ma adesso ve
la racconto io la Verità, anche perché mi fa male la mano
sinistra e devo smettere per un attimo di suonare.
Anzitutto la situazione politica non era così chiara come la
propaganda marxista ha fatto credere per anni. Quella che venne definita
“occupazione nazifascista” era in realtà un programma
di scambio culturale italo-tedesco, per contrastare l’antisemitismo
comunista imperante. Il problema è che i tedeschi ci hanno dato
tanto: canoni pittorici, democrazia partecipativa, centri d’accoglienza,
politica dei flussi migratori, conoscenza minuziosa (direi granello
per granello) del mondo ebraico, cartine precise della Polonia, Verità
sulla festosa accoglienza di noi liberatori a Stalingrado, e tante altre
cose. Noi, con tutta la buona volontà, eravamo troppo preoccupati
delle battute di caccia dei Savoia, e allora i tedeschi si sono giustamente
incazzati. Quindi ci hanno dimostrato, nel concreto, quanto fosse valido
il modello tedesco. Purtroppo si sono messi in mezzo quegli straccioni
ignoranti dei comunisti, le rappresaglie sono state tutte colpa loro:
se stavano buoni e zitti in casa non succedeva un cazzo!
La solita propaganda ci ha poi preso in giro sulla composizione delle
orde partigiane che hanno disonorato la patria. Erano tutti comunisti
che, bandiere insanguinate in mano, terrorizzavano tutti gli altri onesti
cittadini che erano contenti dello scambio culturale. In primo luogo
hanno fatto del male ai socialisti, addirittura infiltrando lo sgherro
stalinista Matteotti nelle file del partito che ci ha consegnato i nostri
migliori statisti: Mussolini e Craxi. L’uccisione di Matteotti
non fu un omicidio politico organizzato dal duce per far tacere una
voce scomoda, ma un tentativo di Benito di salvare il Partito Socialista,
per avere una sana democrazia parlamentare. Quelli del Partito d’Azione,
poi, non erano altro che comunisti movimentisti, come testimonia il
loro motto sovversivo “giustizia e libertà”. I cattolici
erano poi la vera riserva dei comunisti sanguinari, che si paravano
il culo dicendo qualche preghierina ogni tanto (non avevano nemmeno
le palle di dire “dio è con noi”). Deve essere da
questo ambiente rosso malsano che è venuto fuori il compagno
Santità. Tutti gli altri partigiani, che si spacciavano per ex
militari, o addirittura per liberali, erano in realtà iscritti
al PCUS, fatti arrivare in Italia da Cossutta, col supporto del padre
di Cofferati e dei fratelli Cervi. Il tutto, ovviamente, con la tacita
approvazione del compagno De Gaulle. La strategia di questi schifosi
era semplice: provocare i valorosi patrioti nazionalsocialisti, fino
a fare una bella strage di civili per godersi lo spettacolo nascosti
nelle chiese dei preti stalinisti. Ed ammazzare tutti i ragazzi che
erano andati a Salò ad arruolarsi per mangiare trote e polenta,che
i comunisti gli requisivano per farsi i cessi d’oro in Russia.
Tutto il resto è solo una balla, così mi ha detto Baget
Bozzo.
E poi basta col falso storico dei partigiani liberatori dalla dittatura.
Ma chi cazzo glielo ha chiesto! Si stava così bene con Mussolini:
porte sempre aperte, spettacoli in piazza, grandi opere, informazione
non rompicoglioni, culto della personalità, elogio della guerra,
un po’ di colonialismo. Insomma, quello che quei merdosi comunisti
mi hanno impedito di riproporre, nonostante lo volesse l’ottanta
percento degli italiani secondo sondaggi indipendenti Datamedia. Anche
allora si sono messi in mezzo, ed hanno dato fastidio. Eppoi non hanno
liberato nessuno, anzi. I soviet dittatoriali anarchici, che si facevano
chiamare “comitati di liberazione”, erano delle associazioni
sovversive di stampo leninista tendenti a minare la democrazia, assolutamente
contro le leggi. Me lo hanno detto Squillante e Previti dalla galera.
Ma poi avete visto che cosa hanno combinato dopo? Una costituzione sovietica,
una roba che manco se ci fosse stato Togliatti tra i Costituenti. Continui
riferimenti al lavoro, al pacifismo, ai diritti, tutte cazzate! E quello
squallido tricolore che ci hanno appioppato come bandiera. Bastava prendere
una maglietta del Milan, metterci il marchio della Standa, e un bello
sfondo azzurro. Voglio vedere chi cazzo si provava ad imitare una bandiera
così.
Ma insomma, vogliamo metterci in testa che la liberazione noi la dobbiamo
solo agli americani? È grazie a loro se il papà dei fratelli
Cervi ha dovuto rimandare indietro i cosacchi che aveva diretto fino
a Roma. Grazie agli americani noi siamo liberi dalla dittatura comunista.
E sono stati così democratici da non incarcerare tutti i rossi,
come sarebbe stato necessario. Anzi, hanno fatto una bella amnistia,
in nome della ragione nazionale. Altrimenti, dico io, con quei quattro
fetenti che aveva al seguito, come ci finiva Togliatti in Parlamento?
E adesso questi residui comunisti, da sempre fiancheggiatori dei dittatori
tipo Gramsci, osano addirittura criticare l’America per quello
che sta facendo. Ci sta salvando dai nipoti di quegli schifosi rossi,
ad esempio Agnoletto e Gino Strada. E poi mi ha pure offerto questa
bella scappatoia. Dabliù mi ha detto, in confidenza, che potrò
scendere dalla nave quando i tempi saranno maturi. Mi ha già
preparato una bella villetta in Sudamerica, vicino a Hitler, Saddam,
Bin Laden, Pinochet e i patrioti della P2. Lui mi raggiungerà
quando dio non sarà più con noi, e non basteranno un pugno
di schede sbiancate dal sole della Florida per farla franca. Le cose
sono davvero andate così, me le ha raccontate mio padre, partigiano
reduce dalla Svizzera. Dove elaborava “dall’interno”
il modo migliore per crearmi un impero finanziario e poi fottere tutti
con le rogatorie internazionali.
-A stronzo, anvedi ’sto barattolo pelato, ma che cazzo stai a
dì? ’Amo pagato per sentì un cantante, e ci ritrovamo
’sto marchettaro, ma canta....graazziiieeee Rooooooommmmaaaaaaaa....
No, ma che state dicendo, dobbiamo riprendere il programma “Enduring
songs for democratic freedom”. La prossima canzone è…
La nave è colata a picco, dopo bombardamento aereo americano.
Sembra che il comandante Achille Lauro Settimo si sia scordato di caricare
la nipote di Rumsfeld sulla nave, ed è stato classificato come
terrorista islamico. Durante l’attacco si sono perse le tracce
di Silvio Pellico Berlusconì, ed anche del comandante in capo
Dabliù, che pilotava sbronzo un aereo kamikaze chiamato Pearl
Harbor, colla foto di Bin Laden sugli strumenti. Che liberazione!
Alessandro Nava
Comizi d’amore si chiamano,
e dunque poesie d’amore vi scrivo, anche se tardi.
Allego anche il testo di un paio di canzoni mie per chitarra e voce.
Comunque sia ci sarò e vi abbraccio.
Marco Strada
Se pace fosse sarebbe come te
schietta negli occhi, fragile, leggera
con la tua forza tenera e i tuoi dubbi
piena d’abbracci, non facile ma vera.
Non avevo mai visto occhi
limpidi e profondi come i tuoi
gioiosi come bandiere
alle finestre della mia città.
Mi lascio cullare dal tiepido soffio
della tua primavera precoce
e sventolo felice.
Vorrei essere il sangue
che ti disegna le vene
che ti percorre tutta
che compagnia ti tiene.
Due perle pazienti
e una ruota di scorza
d’arancia
per farti più forte
di quanto sei già,
e appeso il mio cuore ci sta.
Su questo pianeta
in precario stato
meraviglioso avervi trovato!
Mi sono chiesta tante volte se mi
fossi trovata sotto una dittatura come i miei genitori, avrei fatto
le stesse scelte?
“Tenevano famiglia” ,avevano due figli piccoli (io e mio
fratello) e hanno messo a repentaglio la loro vita e la nostra per un
ideale di libertà, giustizia, eguaglianza. Erano tutti e due
partigiani, hanno visto morire tanti loro amici ma ci hanno sempre insegnato
a non venire a patti con la propria coscienza e a scender mai a compromessi.
Purtroppo non potrò essere presente alla festa del 25 aprile
ma vorrei che questo atto d’amore per i miei genitori venisse
recepito come sprone a tutti noi per continuare a lottare per un mondo
migliore fatto di libertà, di giustizia e di eguaglianza.
Un abbraccio a tutti voi da una ormai nonna ma sempre giovane di spirito.
Laura
24 aprile
Siamo con voi, per non dimenticare
il significato di questo giorno importante e… tutti in piedi su
“Bella Ciao”
Andrea, Alberto, Olga e Gino (e Paco)
Eh, cari!
E chi se lo aspettava di scoprire una sera per caso al Leoncavallo un
minuscolo librettino sugli scritti di don Milani?
E di non riuscire a staccare gli occhi fino a quando le parole conclusive
di Carlo Galeotti (il curatore del libro), hanno lasciato non punti
interrogativi ma solo punti fermi.
Certezze.
Certezza di sapere a cosa non avrei voluto partecipare e a cosa ancora
oggi non intendo prestare ne’ la mia mano ne’ il mio fianco
ma neppure l’altra guancia.
“...in questi cento anni di storia italiana c’è stata
anche una guerra “giusta” (se guerra giusta esiste). L’unica
che non fosse offesa dalle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la
guerra partigiana. Da un lato c’erano i civili, dall’altra
i militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altra
soldati che avevano obiettato”.
Queste parole sono uscite da quella beata bocca pensante che aveva don
Lorenzo Milani. Molte altre ne ha dette, rischiando e affrontando processi,
chiedendo ai cappellani militari con quale faccia, con quale morale,
con quale diritto potevano accusare gli obiettori; quale fosse il loro
concetto di patria e del verbo ripudiare usato nella Costituzione.
È con questo nel cuore e nella testa che anche quest’anno
il 25 aprile mi vedrà, sempre con un po’ di magone, con
il sorriso di gratitudine a chi ha fatto sì che io in questo
momento possa permettermi di dire quello che penso.
Grazie a loro e a tutte le donne che li accudivano, alle donne che aspettavano
a casa, a quelle che combattevano.
Grazie a tutti quelli che hanno disobbedito e a quelli che non si sono
nascosti.
A tutti quelli che non ci sono più il mio grazie e quello dei
figli dei figli dei figli… c’è chi paga per le colpe
dei padri, c’è chi ne gioisce e ne può godere.
A tutti quelli che ci sono ancora chiedo l’eredità del
racconto.
Regalateci voi la vostra storia, la nostra storia, quella fatta di voce
e di commozione, quella che passa, entra, scava e si deposita. Quella
che non va studiata ma va ascoltata. Dateci ancora qualcosa che resti
e che saremo onorati di far diventare anche la storia dei nostri figli,
senza sperperi. Spero vi bastino in cambio delle vostre rughe la mia
riconoscenza e le mie maniche rimboccate.
Elisabetta Baccarin, anche a nome di Ettore e Donatella Baccarin
che da piccola mi hanno insegnato una canzone: “Una mattina, mi
son svegliato...”
Ho iniziato a celebrare il 25 che ero bambino,
erano gli ann ’70. Andavo con mio padre (lo chiamo così
ma in realtà era uno zio che mi ha, essendo orfano, adottato)
alla commemorazione che tutti gli anni facevano a Segrate quando era
amministrata da giunte normali.
Lui era uno di quelli che la resistenza l’ha fatta in un campo
di prigionia in Cecoslovacchia, vittima dell’8 settembre, vittima
di quell’esercito che quel giorno si era trovato spiazzato come
Mayer in Italia - Germania 4-3: re da una parte e popolo italiano dall’altra.
Da buon milanese, operaio milanese di zona Lambrate, poco incline ad
esteriorizzare i sentimenti, quel giorno lì, il 25, era diverso.
Pur essendo un bambino, percepivo che per lui era qualcosa che lo mutava:
non parlava, ascoltava il Sindaco in rigoroso silenzio e non applaudiva
mai durante il discorso ma solo alla fine quando posavano la corona
sul monumento in onore ai caduti.
Poi aveva, finita la commemorazione, un leggero bofonchiamento che di
solito si traduceva in un “andemm, andemm a la coperativa”
dove avrebbe bevuto il suo aperitivo. Ecco, solo dopo molti anni, dopo
che Lui è morto, ho capito che per lui e per tutti quelli che
hanno vissuto quei laceranti momenti, quel bofonchiamento, quel far
finta di niente, di minimizzare era il solo modo per Lui di trattenere
tutte le lacrime che di fronte a un bambino non stava bene versare.
Ecco perché io Riccardo Botta, ogni 25, vado dietro al gonfalone
dell’ANPI di Lambrate, non scandisco slogan, non applaudo e, ogni
volta che il corteo intona “Bella Ciao” bagno il mio volto
delle lacrime che Lui mia ha sempre nascosto.
Viva la Resistenza Italiana
Riccardo
p.s.: io al Paolo Pini ci sarò sicuramente come sempre.
Anche io voglio dare il mio piccolo contributo, e far sapere
che in questo giorno così importante per la storia dell’Italia
e delle coscienze del mondo, ci sono anche io, c’è il mio
cuore, il mio pensiero, le mie preghiere per chi coraggiosamente si
è opposto strenuamente alla ferocia nazista,anche a costo della
vita.
A Trieste ho visitato la risiera di San Sabba... non so esprimere a
parole cosa ho provato, le mie lacrime erano molto più eloquenti.
Per non dimenticare la tragedia più grande della storia dell’umanità,
per ricordare le sue vittime... e i suoi carnefici.
Giulia daTaranto
Carissimi, sono un compagno cinquantatreenne, giornalista
che al momento sopravvive facendo mille lavori in quel di Parma dove
vivo da un anno. Sarò comunque anche quest’anno a Milano
per il 25 aprile e per Appunti partigiani e aderisco alla vostra proposta
di partecipare con uno scritto d’amore. Lo faccio, spero non travisando
l’invito, riproducendo una lunga citazione di Antonio Gramsci.
L’ho trovata in apertura di "Oltretorrente", libro di
Pino Cacucci che parla del mitico quartiere parmigiano che nel ’22
diede una sonora batosta ai fascisti guidati da Italo Balbo. Ed è
proprio in questo quartiere che ho scelto di vivere, ormai è
il mio quartiere.
Grazie ancora a tutti voi, di questa e delle passate edizioni. Un saluto
particolare a Ottavia Piccolo, donna e attrice splendida che ho ammirato
nel lavoro ispirato al libro di Massimo Carlotto e con cui ho avuto
la fortuna di scambiare due parole in occasione della presentazione
del libro sulle donne di Plaza de Mayo da lei generosamente sostenuto.
Un abbraccio a tutti voi e sin da ora buon 25 aprile!!!!!
Alfredo
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza
opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È
la fatalità; è ciò su cui non si può contare;
è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani
meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché
la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare
le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al
potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate
da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa
ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità
a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un
enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale
rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva
e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano
pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano:
se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far
valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è
successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio
il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro
del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente,
di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.
E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà,
di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già
pulsare l’attività della città futura che la mia
parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi,
in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità,
ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in
essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano,
si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia,
odio gli indifferenti”.
(Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917)
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